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IL CHIANTI CULLA DI VITIGNI AUTOCTONI

Produrre vini di qualità, ma anche di definita tipicità. L’importanza delle Denominazioni.

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   Dina Tattoni   VILLA A SESTA

Non serve fare i conti in tasca. Come pure prescrivere delle ricette per affrontare i periodi di crisi. Più che di una crisi , adesso si potrebbe parlare di un momento congiunturale meno favorevole. E’ chiaro che in una simile situazione la ricerca del miglior rapporto qualità-prezzo appare più che giustificata. Tutto ciò è dovuto ad una maggiore consapevolezza di consumatori e ad un allargamento dei consumi stessi. Secondo un mio modesto parere, ogni azienda deve seguire la propria strategia di marketing. E’ vero, noi toscani ci dobbiamo confrontare con costi di produzione molto più elevati. Per quanto concerne i prezzi poi non riusciamo ad essere competitivi più di tanto, soprattutto nei confronti del Nuovo Mondo. Ma credo sia importante continuare a fare il “vino chiantigiano”, cioè vini di casa, assolutamente riconoscibili, approfittando dell’unicità dei nostri vitigni. La passione per il vino ha un ruolo fondamentale nella qualità dei vini. Noi di Villa a Sesta abbiamo puntato sulla qualità e su una definita tipicità dei nostri vini. E il mercato ci ha dato ragione. D’altro canto il Chianti è una terra di grandi vini e di produttori che hanno sempre puntato sulla qualità, anche quando la qualità premiava meno rispetto ad oggi. Gli stranieri hanno imparato a conoscere il Chianti , quello Doc e Docg, dai tanti tentativi di imitazione. La qualità continua ad essere la strada da percorrere, ma va ancora di più tutelata da falsi. Per questo è importante puntare sulla specificità di un vitigno. Il Sangiovese è la nostra forza. Un ruolo importate lo giocano le Denominazioni. I marchi di garanzia servono contro la lunga mano della pirateria internazionale. Anche se, debbo dire che la possibilità da parte di altri paesi di usare le etichette di storici vini toscani, come il Chianti Classico, è più teorica che pratica. Occorrono ancora decenni e decenni di decenni di lavoro per approdare a qualche risultato. Non lo dico io. Lo dice la Commissione Europea. Ed è comunque, un dato rassicurante. Infatti, i nuovi dispositivi della Commissione fanno sì che la possibilità di usare le nostre etichette e i nostri marchi  in altri paesi è più francamente teoriche che pratica, perché le condizioni per poterli utilizzare sono talmente restrittive e difficili da raggiungere che sicuramente per  il futuro prossimo questa possibilità non ci sarà e quindi i nostri marchi sono tutelati. La qualità non deve essere un concetto astratto ma un qualcosa di reale, che si possa misurare scientificamente attraverso unità di misura e parametri oggettivi, e non solo di natura chimica ma anche e soprattutto di natura sensoriale. Attraverso una denominazione di origine, il legame del prodotto con il territorio  non è solo in termini agronomici o podalici, c’è piuttosto uno stretto rapporto con le tradizioni, le genti, le culture di un territorio. In questo modo, il vino si arricchisce di tutte quelle connotazioni culturali che oggi il consumatore esige. E, comunque, finché le denominazioni di origine non sono riconosciute in tutto il mondo, la viticoltura europea di qualità è condannata. Occorre, allora, capire come parlare al consumatore. Trovo che un esagerato ricarico di prezzi, come frequentemente avviene nei ristoranti, non aiuta ad espandere il mercato e molto spesso danneggia l’immagine stessa dell’azienda produttrice e del territorio dove quel vino si produce. I consumatori di oggi sono sempre più preparati, esperti ed esigenti, che richiedono prodotti di alta e costante qualità, riconoscibili, ma che allietano pienamente i sensi giustificando la spesa per l’acquisto. Il mercato non è saturo, sta a noi produttori trovare spazi lasciati aperti dalla bramosia di ottenere lauti guadagni. Spazi che potrebbero portare ad un’ innalzamento della domanda di vino. Un misuratore dell’andamento economico è sicuramente il Vinitaly.  L’edizione 2004, ha registrato un calo delle esportazioni, eppure mai come in questa edizione si è respirato un clima di impegno e di cauto ottimismo, basato sul fatto che il vino italiano ha raggiunto la sua maturità. Produttori grandi e piccoli, hanno dimostrato che oltre a produrre vini da collezione o da grandi occasioni, sono in grado di  produrre anche ottimi vini per tutti i giorni dell’anno a prezzi ragionevolmente accessibili e rivolti al grande pubblico. Chi non lo ha fatto, lo faccia ora. Non bisogna avere paura di  riconvertire la propria politica aziendale, anche radicalmente se necessario,  e intraprendere nuove strategie di marketing. C’è un proverbio che dice” Quando si chiude una porta, si apre un portone”. E’ vero. Lo sanno bene quelle cantine piccole e medie, e forse anche grandi, ma comunque eroiche, che hanno aperto nuove strade con interessanti margini economici, poi percorribili da tutti. Basta accodarsi e lasciare che la comunicazione sul vino faccia il resto.

 

Vorrei bere con voi “IL PALEI” Chianti Classico D.O.C.G. di Villa a Sesta. Un grande vino prodotto con il 90% Sangiovese e per il restante 10%  da Canaiolo. La sua ricetta si perde nella notte dei tempi ed è gelosamente custodita in azienda. Palei era il fattore di Villa a Sesta e questo vino, davvero notevole,  premia la fedeltà dei suoi uomini alla terra del Chianti e al loro lavoro. Si presenta con un colore porpora brillante e con un intenso profumo in cui spiccano la frutta rossa matura, la vaniglia e tonalità aromatiche speziate. Ricordo ancora le parole del signor Palei, quando si assaggiava questo vino. Senta, mi confessava orgoglioso della sua creatura, come è morbido ed equilibrato. E’ pronto per essere venduto. Questo vino soddisferà, mi creda,  i palati più raffinati.  E’ il gioco della degustazione che io ho imparato da lui e che ogni volta provo a fare associando gli aromi che conosco a quelli che salgono dal bicchiere. Prosit!